Spazio ai desideri…

Vi siete mai chiesti che cosa sia il desiderio? Il termine ha origine latina (de-siderio) e significa letteralmente “mancanza di stelle” ovvero “avvertire la mancanza delle stelle”, qualcosa a cui aspirare che sentiamo distante da noi. È esattamente ciò che accade con il desiderio. Talvolta non siamo nemmeno certi di quali siano i nostri desideri. Li cerchiamo da qualche parte, dentro di noi, nei sogni o fuori, in ciò che ci dà piacere, in ciò verso cui ci sentiamo attratti. Di certo c’è un altro legame tra le stelle e i desideri: entrambi indicano una direzione. Il desiderio non è un punto lontano parte della volta celeste, ma qualcosa a cui ciascuno di noi è chiamato a rispondere. L’esperienza del desiderio è sempre personale, è in noi, lo sentiamo, ma allo stesso tempo nessuno è mai proprietario del suo desiderio, che è sempre diretto verso qualcosa al di fuori di se. Desideriamo, ma non sappiamo per quale motivo desideriamo e non possiamo scegliere se desiderare o meno né che cosa o chi è oggetto del nostro desiderio.

È presenza di una mancanza.

Non è assimilabile ai bisogni; è qualcosa di diverso! In Analisi Transazionale l’Io Bambino è lo stato maggiormente dominato da desideri, impulsi, sogni, spontaneità, creatività ed entusiasmo. Si tratta di quella parte spontanea e degli impulsi naturali di una persona. L’Io Bambino, però, se è stato ferito, ha il suo lato insicuro, timido, timoroso, crudele, egoista. E ognuno di noi riporta i segni di almeno una ferita. Quando siamo in questo stato “libero” reagiamo come quando eravamo bambini, con tanta fantasia e poca razionalità. Il che è molto positivo poichè reprimere il proprio bambino interiore ha conseguenze negative. Bisogna lasciare che venga fuori, che senta, che si diverta. Se avremo cura di questo Stato, invece di reprimerlo, la parte adulta si svilupperà in modo sano, altrimenti ci sentiremo schiacciati, impotenti, inabili, passivi, vittime di qualcosa o di qualcuno.

Il primo grande desiderio di ciascuno è, secondo il prof. Recalcati, significare qualcosa per qualcuno. Il desiderio non riguarda la relazione tra qualcuno e qualcosa, ma è uno scambio tra due soggetti. Ce ne accorgiamo quando questa esperienza viene meno, quando non ci sentiamo desiderati. Quando l’altro non sente la nostra mancanza, quando veniamo a sapere che la sua vita continua anche senza di noi, quando non c’è più posto per noi nella sua storia, soffriamo, perché il nostro desiderio non trova dove soffermarsi. Si produce la ferita dell’insignificanza, del non avere valore per l’altro.

Un altro desiderio che ci accomuna è la felicità.

Spesso andiamo alla ricerca di qualcosa di nuovo e di diverso in cui trovare la felicità. Eppure, quando lo possediamo, è già diventato vecchio, desueto, obsoleto. Il desiderio non è soddisfatto e andiamo alla ricerca di altro. Rimaniamo incastrati nella dicotomia tra “nuovo” e “lo stesso”, mentre, in realtà, la novità è qualcosa di inscritto all’interno dell’identicità, della quotidianità. Lasciarsi sorprendere dal solito è guardarlo con occhi rinnovati, scoprire un’altra volta un pezzetto dell’infinito di cui sono fatte le cose, se siamo capaci di goderne nell’unica dimensione che ha il sapore dell’eternità: il presente. Sant’Agostino in questo ci fa da maestro dicendoci che: «la beatitudine è desiderare ciò che si ha» che non significa accontentarsi, ma che: «La vera felicità è trovare il nuovo nello stesso». È amare ciò che si ha.

Vi è un’evoluzione semantica del termine desiderio che deriva dalla parabola narrata nel Vangelo di Marco: quella del talento. Alla fine della vita, quando ci sarà chiesto «hai seguito la direzione del tuo desiderio? del tuo talento? delle tue inclinazioni? Hai messo mano al tuo tesoro e l’hai fatto fruttare?», cosa risponderemo? La paura di perdere il desiderio, di non riuscire a soddisfarlo, di rischiare di lavorare senza ottenere nulla senza farlo fruttare, ce lo fa nascondere sotto terra, come fa il servo della parabola. E allora lo perdiamo prima ancora di averlo usato.

Recalcati afferma che gran parte della nostra sofferenza psicologica «è quando una vita si accorge di essersi allontanata dalla legge del suo desiderio. Di essere andata in un’altra direzione». Questa nuova lettura dell’esperienza del desiderio, ci fa uscire dall’impotenza di fissare le stelle lontane e di rimanere agganciati alla malinconia di ciò che manca. Ci restituisce una responsabilità.

Cosa faccio per sentire e realizzare i miei desideri più profondi? Responsabile significa “essere capace di risposta”. Essere responsabili del proprio desiderio, del proprio talento, significa rispondere alla sua chiamata, vivere seguendo la sua direzione, trovare il nostro personale percorso verso la felicità. Tra l’altro spesso la preoccupazione di compiacere l’altro, di renderci amabili ai suoi occhi, di significare qualcosa per lui, di corrispondere il suo desiderio, senza tenere in considerazione il proprio, ci porta al suo sacrificio. E allora il desiderio ed il proprio talento muore.

E tu, che ne hai fatto dei tuoi desideri?

Dott.ssa Simona Greco, counselor professionista in Analisi Transazionale e mediatrice familiare